Riflessioni dopo la notte del 3 giugno: Keep calm and carry on





Mi sono accorta che da quando ho aperto il blog, ho cominciato a scrivere e a condividere le mie riflessioni, e anche questa volta eccomi qui. Cosa è successo stavolta? 3 giugno 2017: non sto parlando della partita di Champions League, dove la Juventus ha perso, ma di ciò che è successo a Torino e a Londra, a distanza di qualche ora.

Il primo a Torino, Piazza San Carlo gremita di persone a guardare sul maxischermo la partita Juventus – Real Madrid: subito dopo il terzo goal del Real, un boato, probabilmente un petardo o comunque una bravata, fa scattare il panico. La folla, con il pensiero di un attentato terroristico, tenta di fuggire. Purtroppo questo fuggi – fuggi generale per cercare di mettersi in salvo ha creato un clima di panico e tante persone sono state travolte e calpestate. I numeri sono altissimi: si parla di 1500 persone ferite, durante un momento di aggregazione, un sabato sera passato in compagnia a guardare sul maxischermo una finale di calcio.


Dall’altra parte, Londra, la mia città del cuore, un sabato sera qualunque, London Bridge e Borough Market, uno dei mercati alimentari più famosi della metropoli inglese. Un furgone travolge alcuni passanti sul London Bridge, poi gli assalitori scappano verso il Borough Market con dei lunghi coltelli in mano e accoltellano coloro che trovano davanti a loro. Qualche settimana fa, a Manchester, un Kamikaze si è fatto esplodere nel bel mezzo del concerto di Ariana Grande, alla Manchester Arena. Anche in quell’occasione ci furono 22 morti e più di 100 feriti.

Come al solito, vorrei aprire una riflessione, non polemica, non politica né di tipo religioso. Ho riportato tre fatti di attualità che hanno una cosa in comune: le persone che erano in questi tre luoghi volevano semplicemente passare qualche ora in compagnia, ad ascoltare musica, guardare una partita o semplicemente in giro a cena. Persone innocenti che non volendo si sono trovate ferite o, sfortunatamente sono morte.
Per me il mondo è cambiato dal famoso attentato alle Torri Gemelle di New York, nel 2001: le immagini delle torri in fumo, del panico e della disperazione delle persone purtroppo sono sempre impressi nella mia memoria. Ne potrei citare tanti, troppi purtroppo, a partire da quella data: mi viene anche in mente Nizza, dove le persone si erano riunite sul lungomare quest’estate per vedere i fuochi del 14 luglio. Invece, un furgone ha travolto tante persone, e provocato la morte a 84 persone.
Ogni volta mi dico “spero che sia l’ultima volta”, e invece le notizie sono sempre peggiori. Dove andremo a finire? Dovremo avere paura anche ad andare a mangiare una pizza con gli amici, al cinema, o a qualsiasi concerto o manifestazione? NO, IO NON CI STO. Non perché penso di vivere in un mondo ovattato, delle serie “tanto a me non succede”, ma penso che non bisogna farsi prendere dalla paura e dal terrore e chiudersi in casa. Solo così riusciremo ad affrontare il futuro, riprendere la propria vita in mano, anche nel rispetto degli innocenti che hanno perso la vita in questi episodi.
Non voglio essere una qualunquista, ma a volte serve vederlo scritto più volte: “occorre andare avanti”, e non farsi spaventare da questi atti terroristici, o bravate che siano (come a Torino). La vita va avanti, come dicono gli inglesi “KEEP CALM & CARRY ON”.

Ho scoperto che questo slogan, negli ultimi anni utilizzato per qualsiasi motivo, fu inventato dal governo inglese nel 1939 all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, per invogliare la popolazione a mantenere l’ottimismo e non farsi prendere dal panico in caso di invasione nemica. Ma non venne mai usato con questo scopo.

Che dite se lo utilizziamo noi con il suo significato originale? Andare avanti con più ottimismo, meno panico,
IngegnerErrante

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Sarai aggiornata/o su tutte le novità del sito: Seguimi! Ti aspetto! Ingegnererrante

Annunci

Atti vandalici contro i simboli artistici e architettonici




Questo post non era previsto per la rubrica “Architetture nel mondo “ del giovedì, ma a volte le notizie di attualità portano a stravolgere il proprio piano editoriale. Cosa è successo? Parlerò degli atti vandalici contro i simboli artistici e architettonici nel mondo, partendo da una notizia attuale, del 30 maggio 2017.


La Sirenetta, della fiaba di Christian Andersen, opera dello scultore Edvard Eriksen, simbolo di Copenaghen e della Danimarca, è stata imbrattata di vernice rossa. Inoltre con lo stesso colore è stato lasciato un messaggio davanti alla statua “ Danimarca, difendi le balene delle Isole Faroe”. Non è la prima volta che la famosa statua è presa come mira di atti di protesta: due volte è stata rubata la testa e una volta amputate le braccia.


Non è la prima volta che opere importanti sono testimoni di atti vandalici, fra cui quelli alle fontane romane. La prima sicuramente è la fontana di Trevi nel 2007, dove anche in questo caso, come in quello della Sirenetta, è stato gettato un secchio di vernice rossa. Fortunatamente il colorante non ha provocato danni alla fontana, durante il suo recupero. L’anno successivo, la fontana di Piazza di Spagna fu riempita di palline colorate. Questi due atti furono compiute da Graziano Cecchini, artista post-futurista.


Sempre a Roma, nel 1972, un australiano, urlando “I am Jesus Christ, risen from the dead”, andò a colpire con quindici martellate “La Pietà” di Michelangelo, nella Basilica di San Pietro, danneggiando soprattutto la Vergine. Sfregi sul volto, naso e palpebre distrutti, un braccio staccato e ridotto in 100 pezzi, e il manto della Vergine danneggiato.


Fra i grandi vandali, sicuramente da nominare è Pietro Cannata, che ha agito soprattutto in Toscana e come primo atto nel 1991 scheggiò tre dita del piede del David, di Michelangelo Buonarroti, con un martello nel Museo dell’Accademia a Firenze. In seguito, nel 1993, con un martello nero indelebile, prese di mira l’affresco di Filippino Lippi “Le esequie di Santo Stefano”, nella cattedrale di Prato, imbrattandolo di scarabocchi per un’area di circa settanta centimetri, ai piedi del diacono che porta la croce. Sempre nello stesso anno, il cinghiale di “Ercole e Caco” in Piazza della Signoria, rimase sdentato. Infine, nel 1999, in trasferta a Roma, alla Galleria d’arte moderna, imbrattò sempre con il pennarello l’opera di Pollock “Sentieri Ondulati” di Pollock, perché non gli piaceva. L’ultimo suo atto fu in Piazza della Signoria a Firenze nel 2005, dove fece una croce nera con la vernice spray sulla targa che ricorda il punto dove fu bruciato Savonarola. Motivo del gesto: sulla lapide appare una frase senza senso.
La stessa “Gioconda” di Leonardo Da Vinci, opera al momento tenuta sotto teca antiproiettile, è stata più volte vittima di attacchi, con acido e spray.
Tutte queste opere, anche se fortemente rovinate per sempre, sono state recuperate, grazie ai lavori di massima precisione di esperti restauratori, e attualmente visibili.
Ne potrei citare tante altri, ma preferisco fermarmi qui, perché la mia non vuol essere una semplice classifica degli atti vandalici subiti contro l’arte e l’architettura, ma la partenza per uno spunto di riflessione.
Al di là dei motivi che hanno portato a compiere certi atti vandalici, dal mio punto di vista assolutamente imperdonabili (ma non voglio entrare in discussione), penso che qualsiasi opera d’arte sia patrimonio di tutti. Sono simboli del nostro passato e della nostra storia, non da attaccare, ma da conoscere e valorizzare.

Sarebbe importante, fin da piccoli, conoscerne l’importanza, dall’educazione, ai libri di scuola fino al proprio lavoro. Non parlo da madre, perché non lo sono, ma da nipote di pittori, cresciuta nell’importanza di cosa è l’arte nella vita di tutti i giorni, e da figlia, che fin da piccola abituata a viaggiare con i genitori (a volte anche controvoglia, ma oggi li ringrazio) per vedere le meraviglie del mondo. Tutti loro mi hanno trasmesso questa passione del viaggio e della conoscenza. Da qui nasce il mio amore e il rispetto che ho per tutto quello che è ambiente, arte e architettura, che ho approfondito nei miei studi, e continuo ad approfondire non solo nel lavoro, ma anche nei miei viaggi.
Penso che dovremmo considerare e conoscere questi capolavori, di cui il mondo è pieno, come se fossero “cose di famiglia”, che simboleggiano il nostro passato, da conoscere nel presente e da portare orgogliosamente nel futuro come simboli della nostra storia. Proprio per questo, ogni opera ha bisogno del suo rispetto, e della sua cura.
E voi, cosa ne pensate?

Ingegnererrante

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Sarai aggiornata/o su tutte le novità del sito: Seguimi! Ti aspetto! Ingegnererrante